Design riciclato, design riciclabile

Design riciclato, design riciclabileViviamo in un mondo in cui vengono fabbricati miliardi di prodotti, buona parte dei quali destinati ad un’esistenza brevissima. I progetti di artisti e designer pensati per dare una seconda vita a questi oggetti.

Ormai il concetto dovrebbe essere chiaro: il pianeta è uno, le risorse sono limitate.
Certo, in effetti non si direbbe che quest’idea sia stata ancora particolarmente interiorizzata, quindi giova ripeterlo.
Se ci guardiamo intorno, il messaggio che passa è comprare, comprare cose nuove, creare bisogni e soddisfarli.
Proprio di questo parla il documentario Storia delle cose. Scrive Blog a Progetto:

L’autrice, Annie Leonard, fa menzione di due procedimenti legati al consumo globale che raramente consideriamo. Parlo dell’obsolescenza pianificata e dell’obsolescenza percepita.
L’obsolescenza pianificata è quel processo a cui ricorrono molti designer, progettisti, ecc…, che li fa discutere su quanto velocemente gli oggetti (non li chiamo feticci, che poi so cosa mi dite) possano avere problemi o rompersi facilmente, lasciando però una minima fiducia nel consumatore per far sì che ricompri lo stesso prodotto. Con la felicità del produttore, che preme in quella direzione, per raccontarla in modo spiccio.

Buona parte del nostro mondo al momento è disegnato in questo modo. Qua e là però cominciano a comparire segnali di una riflessione su questo modo di produrre.
Sono sempre più i progetti di designer e artisti che partono da materiali riciclati, o che realizzano i loro oggetti perché possano avere una seconda possibilità, finito il loro ciclo di vita come prodotto.
Soprattutto in settori che producono beni in maggior parte voluttuari, non strettamente di consumo, una coscienza dell’impatto del proprio lavoro è ancora più significativa.
È ispirato al lavoro delle api il progetto di cui racconta Think Big Chief:

Forse avete sentito o letto da qualche parte che le api stanno trovando non poche difficoltà a sopravvivere. Ecco perchè Stanley Honey grazie all’agenzia creativa The Partners ha prodotto questo vasetto ri-usabile che, una volta aver consumato il prodotto, torna utile per piantare un fiore e agevolare il lavoro delle nostre amiche operaie.

Utilizza invece vecchie camere d’aria e cerchioni di bicicletta il giovane designer Jan Willem van Breugel. Scrive così Ecoblog:

Dopo aver viaggiato in Africa in bici ha deciso di mettere a frutto la sua esperienza sul design di oggetti utili ricavati da materie di scarto.
E per mostrare e vendere i suoi progetti ha messo su un sito dall’emblematico nome
wheels on fire dove è possibile vedere tutta la sua produzione e magari ordinare un pezzo.
Così dagli intrecci di strisce di copertoni sono nati comodini, poltroncine, cassapanche, borsette, zainetti e anche portachiavi. Mentre i cerchioni li ha modellati fino a renderli lampadari.

Sempre dalle camere d’aria ha ricavato il suo ultimo prodotto la Hell’s Kitchen, come racconta Nextmoto:

Non finisce di stupire la fucina di idee che Hell’s Kitchen continua a sfornare nel settore dei prodotti riciclabili al 100%, ricavati da materiali ed oggetti a loro volta riciclati.
Una filosofia importante ed essenziale che è riuscita a fare di una buona abitudine (quella di riciclare) un movimento che parte dalla gente, uno stile di vita, un picco di design.
“Se una larva può diventare una farfalla, se un parassita può diventare una perla, se un pezzo di carbone può diventare un diamante, ma soprattutto, se la sfiga di bucare una gomma può diventare un’idea… ecco che anche una camera d’aria diventa improvvisamente una borsa. Anzi una collezione di borse.”
Questo è quanto si legge nella intro del sito web di Hell’s Kitchen, ed è tutto rispettato.
Hell’s Kitchen 100% Chic Recycle!
Oltre alle borse, è ora uscito il nuovo casco di Hell’s Kitchen che è a dir poco geniale: rivestito con vecchie camere d’ aria di motociclette, automobili, trattori, autosnodati e molto altro, il nuovo elmetto è stato assemblato interamente con materiali di scarto.
Sicuri che sia sicuro?
Certo che si. E, oltre ad essere sicurissimo, è anche impermeabile e antigraffio.

Rimanendo nei prodotti per la vita all’aria aperta, Stylosophy descrive l’ultimo prodotto di Patagonia, un marchio che ha fatto dell’attenzione all’ambiente una delle linee guida delle proprie produzioni:

La Storm Jacket di Patagonia è realizzata con poliestere riciclato e grazie al Common Threads Recycling Program potrà essere nuovamente riciclata. Vestire in modo ecologico, rispettando l’ambiente si può davvero. E lo sa bene il marchio Patagonia che da tempo utilizza materiali come il pile, che arriva dal riciclo delle bottiglie di plastica, o il cotone biologico, coltivato senza l’utilizzo di pesticidi.
La Storm Jacket di Patagonia è impermeabile e il suo tessuto è traspirante. Il lato esterno è antivento, mentre l’interno è realizzato con fodera in taffetà di poliestere anch’esso riciclato.

È invece dedicato alla decorazione d’interni uno dei progetti presentati su Ri-creazione (chi scrive a questo punto deve ammettere che è stato molto difficile scegliere un lavoro tra quelli proposti; il blog è interamente dedicato a progetti di riutilizzo creativo dei materiali, e presenta sempre lavori molto interessanti sia dal punto di vista estetico che dal punto di vista dei materiali utilizzati, e sceglierne uno solo tra tanti spunti stimolanti non è stato facile):

La pelle di un orso stesa per terra, anche se fa molto cartone animato di Paperino in tempi in cui la disney era meno buona, è quanto di più anti ecologico esista. Povera bestia.
La spiritosa invenzione della designer Lise Lefebvre è ecologissima: si tratta di un finto tappeto di pelle d’orso: invece del povero animale, a essere stesa per terra è una vecchia coperta lisa.

Ma l’arte del recupero può dispiegarsi anche sulle grandi dimensioni: è il caso dello Jamsil Sports Complex in Corea:

Uno stadio interamente rivestito di tende confezionate con frammenti di plastica strappati alla discarica.
Ci sono voluti oltre 75.000 chili di plastica - per la precisione, 1.763.360 pezzi - trasportati da 488 autocarri. Ci hanno lavorato 3.638 persone per 40 giorni.
E alla fine il Jamsil Sports Complex non era più lo stesso.

In ambito artistico l’arte con materiali di recupero vanta innumerevoli esempi, ma tra quelle di cui si è parlato ultimamente nella blogosfera forse la più suggestiva è l’opera di un anziano signore giapponese, Masataka Koike. Racconta Lorenzo Cairoli:

In un post di aprile raccontai l’eccezionale impresa di un operaio giapponese, Shuhei Ogawara, che con più di settemila bacchette raccolte nella mensa della sua fabbrica si costruì una deliziosa canoa lunga 4 metri e pesante 30 chilogrammi. Gli ci vollero due anni per raccogliere tutte le bacchette e tre mesi per incollarle e formare così l’ossatura della canoa. Anche il settantenne Masataka Koike, un artista innamorato della fauna marina, è ricorso alle bacchette monouso in legno dei giapponesi, le waribashi, per realizzare uno straordinario polipo. Otto mesi di lavoro certosino, più di 2000 mila bacchette utilizzate.


Post pubblicato da: Tostoini il 10 Novembre 2008 sul sito web: http://www.liquida.it